Sul palco per la presentazione di Places, nel quartier generale di Facebook, c’erano anche alcuni sviluppatori di Foursquare e Gowalla, ad indicare che per il momento non è prevista alcuna guerra. Eppure il leitmotiv delle ore successive era sulle note di “Foursquare è spacciato!” e ancora “Con Facebook in campo i servizio di geolocalizzazione hanno i minuti contati…”.
Places, già tradotto con Luoghi ma non ancora attivo nel nostro paese, è la nuova funzionalità che proietta il Social Network più importante e popolare al mondo in quello che si è rivelato il trend online del 2010: la geolocalizzazione sociale. Dopo aver definito chi siamo e qual è la nostra rete di contatti, cosa stiamo facendo e quando, Facebook completa il quadro aggiungendo la dimensione spaziale del dove siamo.
Zuckerberg afferma di aver concepito Places per 3 motivi principali:
- aiutare a condividere la propria posizione con i propri amici
- vedere dove si trovano contatti e conoscenti
- scoprire nuovi luoghi.
Ma allo stato attuale il servizio rappresenta più un primo passo verso il GeoSocial che non un prodotto finito. Nel tipico stile Facebook Places è attivo di default e gli accorgimenti per proteggere le proprie informazioni non sono immediati. Pesa l’assenza di un’opzione per scegliere se pubblicare o meno gli aggiornamenti sul NewsFeed: ogni contributo è pubblico e condiviso con tutta la rete sociale.
La novità più interessante, al di là della base utenti a cui si rivolge, è la possibilità di associare persone e contenuti ai luoghi fisici a cui appartengono, aggiungendo una parte di significato che è sempre mancata, quella legata al contesto fisico. Per prima fu Apple ad introdurre su iPhoto la possibilità di associare un valore geografico alle foto. Da allora è possibile classificare ed organizzare le immagini per luogo, e volendo riproporle all’interno di una mappa. Pare quindi naturale, per il più grande sito di condivisione immagini, cercare di aggiungere un’altra dimensione all’interazione sociale e, in prospettiva, ai contributi degli utenti, in modo da offrire nuove chiavi di lettura ed altri indicatori di contesto.
Qualche dubbio
Esistono forti perplessità sul modo in cui la geolocalizzazione è stata introdotta su Facebook. Da una parte chi decide di condividere le proprie coordinate lo fa per tutti i contatti, dall’altra occorre prepararsi al potenziale bombardamento di checkin dai luoghi più svariati, dal baretto sotto casa ai più esotici posti di villeggiatura (con relativa info di wi-fi free anche nel più scalcinato mercatino del Sudamerica). Un’inondazione di micro contenuti di vita reale all’interno del caotico circolo di notizie di cui ho il sospetto che avremmo fatto volentieri a meno.
Qualcuno potrebbe obiettare che già adesso su Foursquare e soci occorre sorbirsi checkin spesso inutili. Tuttavia le reti di contatti create sui vari location based services (lbs) son costruite fin dall’inizio con l’unico scopo di ricevere gli aggiornamenti delle persone. Spostamenti e posizioni geografiche sono il solo oggetto di condivisione di questi servizi, accompagnati al massimo da commenti o suggerimenti sui vari punti di incontro. Il grafo sociale di Facebook, al contrario, non è stato creato attorno all’elemento location, ma per condividere contenuti, foto e quant’altro in una relazione di altro tipo.
Esiste un problema di netiquette relativa al tagging delle persone. Come sappiamo, identità e grafo sociale di Facebook ruotano attorno ai nomi veri delle persone. Le connessioni sono basate su rapporti reali e spesso fisici. Di conseguenza, al contrario di Foursquare, diventa impossibile utilizzare nick o alter ego fittizi. Prepariamoci a un rinnovato interesse verso le “gaffe sociali” di ragazzi che saltano di nascosto le lezioni o scaltri dipendenti che vanno in malattia per svagarsi un po’. Non basta più prestare attenzione ai contenuti che si pubblicano, perché in un attimo, potere della geolocalizzazione, si è smascherati con luogo e ora dell’ultimo avvistamento, magari in posti poco adatti all’ultimo aggiornamento di stato.
L’elemento location rappresenta ancora di più di foto, video ed altri contributi, un’invasione di campo dell’online nel “mondo reale”. Facebook legando identità reali e coordinate geografiche in tempo reale decide di correre sul filo della fiducia, o dell’ignoranza, dei propri utenti che accettano di portarsi dietro il Social Network nel mondo del qui e ora.
Prime prove
Mentre con un semplice accorgimento è possibile aggirare il limite del suo utilizzo esclusivamente dagli States, il punto chiave dell’affermazione di Places sarà il suo confronto con gli altri lbs. Al di là delle logiche più o meno commerciali di promozione e diffusione del servizio (incentivi, promozioni, eventi, ecc..) sarà interessante capire come Facebook cercherà di raggiungere quei “cittadini in attesa di attivazione”.
Oltre la condivisione del proprio stato con gli amici, al momento non ci sono altri incentivi che spingono a preferire un checkin su Places piuttosto che su Foursquare o Gowalla. La stessa funzione di Facebook sembra quasi una versione ridotta rispetto agli altri servizi, un limite che si fa sentire a chi ha provato le alternative.
Tuttavia implementando le funzioni di gestione dei singoli punti, magari assieme allo spirito giocoso, Facebook potrebbe estendere l’attività di checkin a una dimensione inimmaginabile fino a poco fa. A Giugno si vociferava di un accordo con McDonald relativo al geotagging. Pensiamo ai milioni di utenti Facebook che battagliano per essere i più fedeli clienti di un ristorante o di un punto vendita di intimo. Senza contare il brusio e il passaparola capace di generare uno scenario simile.

Le reazioni di Foursquare
Non è un segreto che Facebook abbia corteggiato a lungo Foursquare, si dice mettendo sul piatto 120 milioni di $. Pare però che il buy-in per la partita fosse 150, quindi non si è fatto nulla. Nei giorni successivi all’annuncio di Places, Facebook si è consolato facendo suo Hot Potato, servizio interessante che a suo modo cerca di estendere la logica del checkin ad altre attività oltre la pubblicazione del luogo in cui ci si trova.
Ad ogni modo le parole di Dennis Crowley, carismatica guida di Foursquare, non si son fatte attendere: “It’s pretty much exactly what we thought it was going to be: A pretty simple check-in system that allows you to share your location with friends and do the standard sharing on Facebook. There were no real big surprises.” Più o meno ciò che ci aspettavamo, sai che novità.
Per poi rilanciare con un’affermazione più audace: “I have now had a chance to play around with Facebook Places and it’s not that great or interesting. It’s a pretty boring service, with barely any incentives for users to keep coming back and telling their friends where they are.” Noia quindi.
Nel frattempo che Facebook sta insegnando a oltre 500 milioni di persone nel mondo cosa significa fare checkin, Foursquare registra record di nuove iscrizioni. L’entrata del network di Mark Zuckemberg nel settore della geolocalizzazione non può però non cambiare le cose. Da un’attività di nicchia per smanettoni (o un passatempo per scoppiati che rifiutano di andare in spiaggia) con la diffusione di Places nell’ecosistema Facebook, il checkin può ritrovarsi all’improvviso una pratica diffusa tra la gente “comune”.
E Foursquare, che ha già tutti i finanziamenti necessari a crescere e un suo modello di business (che può anche essere discutibile ma che permette alla creatura di Crowley di iniziare a far soldi 5 volte più velocemente di Google e YouTube), non può che guardare bene l’arrivo di Places, preparandosi ad accogliere una nuova audience.
Facebook ha deciso di portare la geolocalizzazione alle masse. Così come avvenne per l’aggiornamento di stato, scoperto dai più nella propria bacheca e non nelle pagine di Twitter, molto probabilmente diventerà una parte integrata a tutte le attività già presenti nel Network. Dovremmo vedere se le persone si divertiranno e ne troveranno un’utilità, e quindi sceglieranno di restare dentro la piazza di Places, o preferiranno utilizzare altri servizi più giocosi e meno invasivi.





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